I miei Jedi e… la ricerca interiore
Ebbene si, questi sono i miei Jedi (assonanza con Geni profondamente voluta). Ascoltando il mio interno, posso sentire le loro voci, i loro canti e anche le loro imprecazioni, a volte.
Non sono uno Kwisatz Haderach ma navigo abbastanza facilmente i ricordi delle linee genetiche e posso dire in tutta tranquillità che il 90% di ciò che di buono è in me viene da queste persone. A parte l’incredibile risonanza genica con mio nonno Toti, cui assomiglio in modo impressionante, a lui come ad ognuna delle persone presenti in questa foto devo un qualche mattone della mia personalità, del mio aspetto fisico e psichico (al cocker lucky, sulla spalla di mia nonna penso di no, anche se il fatto che stia puntando così direttamente il panettone mi fa temere il contrario…).
Sono tutti ascendenti da parte di madre (a parte il cane appunto). Da parte di padre, che in questa foto non c’è, data che è stata scattata ben prima che mia madre si fidanzasse con lui, una certa intelligenza e alcuni lati chiaro/scuri sono il corredo genetico che completa il mosaico che oggi è il mio veicolo al completo.
Ho passato gli ultimi 40 anni più o meno a discernere e conoscere questo veicolo, soprattutto la parte psicologica, mentale ed emotiva. Non perchè mi interessasse in modo particolare, devo ammetterlo ma perchè molto presto imparai che tutto quello che vedi di te non può essere “te” e quindi per un certo periodo ho lavorato per esclusione. Chiaro che dal punto di vista “autoeducativo” il valore c’è perchè ti aiuta indubbiamente a risolvere e/o trascendere i lati della personalità. Tuttavia procedere in questo modo, magari dispiacendomi quando vedevo qualche lato buono (“Uh… che peccato, questa parte mi piaceva”) e rallegrandomi quando ne vedevo uno negativo (“Urka… meno male che non sono questo”) va da sé che non poteva che essere una fase transitoria. Per vari motivi ma soprattutto perchè dopo un po’ è un metodo che finisce per sviarti, un po’ come la critica che Yoda rivolge a Luke sul sistema Dagobah, quando dice a Obi-Wan: “Sempre sul futuro è questo qui, mai con lo sguardo sul presente egli è“; è ovvio che non puoi sempre porre attenzione su ciò che non sei… a un certo punto devi cominciare a occuparti di ciò che sei.
Ma qui nasce il gatto che si mangia la coda (anche se è quello di Schroedinger: in tal caso non sai se l’ha mangiata oppure no). Se tutto ciò che vedi non è “te” come diavolo si fa a vedere ciò che siamo?
In realtà è un trucco abbastanza semplice: ciò che sei, sei. Tutto il resto lo puoi vedere, ma di ciò che sei puoi solo diventare consapevole. Allora si che la chiarezza su ciò che non sei diventa un buon sistema di allarme: “Occhio, questa cosa la vedi, quindi non sei tu” che a sua volta mostra ciò che non deve muoversi o esistere senza la tua autorità.
Si può dimorare nella presenza ma non la si può “vedere”, altrimenti non è tale. Paradossale se visto dalla mente, ma non se percepito dalla consapevolezza. Anzi, da quest’ultima è di una cristallinità sorprendente. Ciò che di te reagisce non può essere che meccanico. Distinguere ciò che davvero agisce invece no (sempre che non si stiano prendendo fischi per fiaschi).
Ciò che siamo davvero sta solo all’interno di tutto ciò che non siamo, esattamente come il mondo vero che, a differenza di quello percepito, non è una proiezione o un’ombra di noi.
Per questo si chiama “ricerca interiore”. Non si tratta di mistica nei termini, ma di una fondamentale indicazione su dove andare a guardare.
Ricordatevi di essere eccezionali!
Ci si vede in giro!



