Per qualche motivo (la cui indagine mi ha portato a conclusioni difficilmente condivisibili e tuttora in corso di evoluzione) i miei incontri con la morte hanno sempre avuto un sapore davvero strano; la prima volta accadde quando un uomo improvvisamente stramazzò a terra davanti a me. Credo sia accaduto circa quaranta o quarantacinque anni fa. Fu come un’improvvisa folata di vento in un giorno di primavera: l’uomo cadde a terra e istantaneamente il suo corpo assunse la medesima sostanza di una coperta buttata per strada.
Ero davanti a dei negozi quando accadde. Ricordo ancora le espressioni dei negozianti: alcune arcigne, altre preoccupate, ma nessuno muoveva un dito. Io, spinto dal vento, non potei fare a meno di raccogliere quel corpo tra le mie braccia mentre chiedevo un aiuto che non arrivò se non dopo molto tempo, anche se un altro tipo di aiuto, del tutto inaspettato, giunse all’istante.
L’uomo (chiamarlo “senza tetto” significa essere dei bastardi senza gloria nel vero senso del termine), era arrivato in fondo alla sua strada: tra le mie braccia pesava meno di un fuscello di legno, quanto meno fisicamente, ma dal punto di vista emotivo (lo vedo ora, col senno del poi) aveva il peso di un’incudine gigantesca. Ricordo ancora quegli occhi che fissavano il cielo e poi si spostavano sui miei, con una semplice quanto terminale domanda, espressa solo dallo sguardo: “Cosa succede?'”
Ricordo ancora come dal profondo di me emerse una risposta altrettanto espressa solo dallo sguardo: “Nulla di particolare: vai in pace!“.
Quell’emersione produsse in me il primo vero “squarcio del velo” perchè era una risposta che veniva da quel livello di cui all’epoca non ero affatto consapevole. Fu quella risposta che mi spinse a cercare quello che non conoscevo del mio interiore e, a ben vedere col senno del poi, una delle più potenti “molle” a proiettarmi sul sentiero della ricerca interiore.
L’uomo fece un sorriso e poi i suoi occhi si chiusero, mentre percepivo in modo netto il suo separarsi dal piano materiale. Da quel giorno so riconoscere la morte, il distacco definitivo di un essere di qualunque dimensione dalla materia.
Lo riconobbi quando il mio cagnolino se ne volò altrove, lo riconobbi in seguito in altri momenti. Lo riconobbi recentemente, quando una persona a me cara abbandonò il corpo e passò a salutarmi mentre se ne andava dove doveva andare. Così come lo riconobbi quando un’altra persona a me vicina decise di abbandonare il corpo ma nonostante tutto rimase “in zona”, nonostante tutti i presenti fossero certi che avesse “finito”… e io dissi “non ancora“. Poi lo sentii partire, quasi il decollo di un 747 e allora potei davvero dire: “Adesso… adesso se n’è andato“.
In tempi che furono mi fu dato di perdermi in mia madre, sotto morfina mentre il cancro faceva sfacelo di lei, in un suo spazio di coscienza reso vuoto dai farmaci. Fu un momento così forte da arrestarmi (letteralmente: si fermò tutto davvero!) il cuore per parecchi secondi, mentre in qualche modo mi dibattevo nella presa di quel vuoto per uscirne all’ultimo istante, prima di precipitare nel nulla (che pericolo pazzesco che corsi in quel momento, oggi lo so).
Pochi giorni fa sono andato ad assistere una persona a me cara, nel suo momento finale. Sostanzialmente incosciente, aveva assunto la posizione che spesso mi capita di assumere in meditazione: il capo reclinato verso sinistra, la guancia quasi appoggiata alla spalla corrispondente.
In lui, ho potuto percepire in modo incredibilmente definito la dicotomia essere – personalità. La sua personalità presente, il suo “io sognato”, completamente preda della più temibile rabbia, pervaso da una furia non descrivibile, mentre al suo interno l’essere (in verità già distaccato da anni), era di nuovo apparso per le ultime disconnessioni, quasi una sorta di “riassunto”, completamente in pace e in una condizione di completa “resa” a quello che sarebbe seguito.
E in quel momento, osservando quella che in sostanza era di fatto una mera rappresentazione onirica di ciò che quell’uomo era stato, ho compreso come la morte, nella sua immanenza ineluttabile, necessiti in realtà di una sua propria dignità: qualcosa che noi esseri umani, tendenzialmente terrorizzati da quel momento che divide il noto dall’ignoto, non siamo abituati a rendere, quantomeno a livello esteriore.
E per quanto mi sforzi, non riesco a trovare un differente punto di vista da cui osserare questa dignità che, tante volte, viene negata da un letto di ospedale, da un’illuminazione impietosa ma, in buona sostanza, dalla nostra inconsapevolezza.
Eppure, nell’osservare la completa dedizione della compagna di questo uomo nell’accompagnarlo con tutto il suo amore fino all’ultimo istante, senza mai mollare un solo momento di presenza, ho compreso quanto la dignità non stia nell’esteriore, quanto nel modo in cui la nostra morte viene affrontata da un lato da coloro che amiamo e che ci amano e, dall’altro, da noi che loro abbiamo amato e che dal nostro canto ce ne andiamo.
Poco so di quanto a noi, in procinto di dipartita, spetti rendere a questo momento; so solo che a noi che ce ne andiamo spetta poco o nulla, se non di prendere la via per quel “di là” nella più alta celerità.
A chi resta, rimane di rendere dignità proprio a ciò che resta, non tanto quanto simulacro di qualcosa che già non è più e che, a ben vedere, mai è stato, quanto a quel percorso che chi se ne è andato ha compiuto, poco importa se tra inenarrabili sofferenze o maestose grandezze: alla morte occorre rendere la dignità che le compete, a prescindere dalla paura che ci può incutere.
Chi resta rende dignità a ciò che resta: in buona sostanza a nulla per chi parte ma tutto per chi rimane. Chi parte rende dignità a ciò che diviene: in buona sostanza a ciò che già era e che, per un breve lasso di tempo, ha dimenticato di essere.
A tutti, di qui o di là, spetta rendere alla morte la sua propria dignità.
Ricordatevi di essere eccezionali!
Ci si vede in giro!
La dignità della morte
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Per qualche motivo (la cui indagine mi ha portato a conclusioni difficilmente condivisibili e tuttora in corso di evoluzione) i miei incontri con la morte hanno sempre avuto un sapore davvero strano; la prima volta accadde quando un uomo improvvisamente stramazzò a terra davanti a me. Credo sia accaduto circa quaranta o quarantacinque anni fa. Fu come un’improvvisa folata di vento in un giorno di primavera: l’uomo cadde a terra e istantaneamente il suo corpo assunse la medesima sostanza di una coperta buttata per strada.
Ero davanti a dei negozi quando accadde. Ricordo ancora le espressioni dei negozianti: alcune arcigne, altre preoccupate, ma nessuno muoveva un dito. Io, spinto dal vento, non potei fare a meno di raccogliere quel corpo tra le mie braccia mentre chiedevo un aiuto che non arrivò se non dopo molto tempo, anche se un altro tipo di aiuto, del tutto inaspettato, giunse all’istante.
L’uomo (chiamarlo “senza tetto” significa essere dei bastardi senza gloria nel vero senso del termine), era arrivato in fondo alla sua strada: tra le mie braccia pesava meno di un fuscello di legno, quanto meno fisicamente, ma dal punto di vista emotivo (lo vedo ora, col senno del poi) aveva il peso di un’incudine gigantesca. Ricordo ancora quegli occhi che fissavano il cielo e poi si spostavano sui miei, con una semplice quanto terminale domanda, espressa solo dallo sguardo: “Cosa succede?'”
Ricordo ancora come dal profondo di me emerse una risposta altrettanto espressa solo dallo sguardo: “Nulla di particolare: vai in pace!“.
Quell’emersione produsse in me il primo vero “squarcio del velo” perchè era una risposta che veniva da quel livello di cui all’epoca non ero affatto consapevole. Fu quella risposta che mi spinse a cercare quello che non conoscevo del mio interiore e, a ben vedere col senno del poi, una delle più potenti “molle” a proiettarmi sul sentiero della ricerca interiore.
L’uomo fece un sorriso e poi i suoi occhi si chiusero, mentre percepivo in modo netto il suo separarsi dal piano materiale. Da quel giorno so riconoscere la morte, il distacco definitivo di un essere di qualunque dimensione dalla materia.
Lo riconobbi quando il mio cagnolino se ne volò altrove, lo riconobbi in seguito in altri momenti. Lo riconobbi recentemente, quando una persona a me cara abbandonò il corpo e passò a salutarmi mentre se ne andava dove doveva andare. Così come lo riconobbi quando un’altra persona a me vicina decise di abbandonare il corpo ma nonostante tutto rimase “in zona”, nonostante tutti i presenti fossero certi che avesse “finito”… e io dissi “non ancora“. Poi lo sentii partire, quasi il decollo di un 747 e allora potei davvero dire: “Adesso… adesso se n’è andato“.
In tempi che furono mi fu dato di perdermi in mia madre, sotto morfina mentre il cancro faceva sfacelo di lei, in un suo spazio di coscienza reso vuoto dai farmaci. Fu un momento così forte da arrestarmi (letteralmente: si fermò tutto davvero!) il cuore per parecchi secondi, mentre in qualche modo mi dibattevo nella presa di quel vuoto per uscirne all’ultimo istante, prima di precipitare nel nulla (che pericolo pazzesco che corsi in quel momento, oggi lo so).
Pochi giorni fa sono andato ad assistere una persona a me cara, nel suo momento finale. Sostanzialmente incosciente, aveva assunto la posizione che spesso mi capita di assumere in meditazione: il capo reclinato verso sinistra, la guancia quasi appoggiata alla spalla corrispondente.
In lui, ho potuto percepire in modo incredibilmente definito la dicotomia essere – personalità. La sua personalità presente, il suo “io sognato”, completamente preda della più temibile rabbia, pervaso da una furia non descrivibile, mentre al suo interno l’essere (in verità già distaccato da anni), era di nuovo apparso per le ultime disconnessioni, quasi una sorta di “riassunto”, completamente in pace e in una condizione di completa “resa” a quello che sarebbe seguito.
E in quel momento, osservando quella che in sostanza era di fatto una mera rappresentazione onirica di ciò che quell’uomo era stato, ho compreso come la morte, nella sua immanenza ineluttabile, necessiti in realtà di una sua propria dignità: qualcosa che noi esseri umani, tendenzialmente terrorizzati da quel momento che divide il noto dall’ignoto, non siamo abituati a rendere, quantomeno a livello esteriore.
E per quanto mi sforzi, non riesco a trovare un differente punto di vista da cui osserare questa dignità che, tante volte, viene negata da un letto di ospedale, da un’illuminazione impietosa ma, in buona sostanza, dalla nostra inconsapevolezza.
Eppure, nell’osservare la completa dedizione della compagna di questo uomo nell’accompagnarlo con tutto il suo amore fino all’ultimo istante, senza mai mollare un solo momento di presenza, ho compreso quanto la dignità non stia nell’esteriore, quanto nel modo in cui la nostra morte viene affrontata da un lato da coloro che amiamo e che ci amano e, dall’altro, da noi che loro abbiamo amato e che dal nostro canto ce ne andiamo.
Poco so di quanto a noi, in procinto di dipartita, spetti rendere a questo momento; so solo che a noi che ce ne andiamo spetta poco o nulla, se non di prendere la via per quel “di là” nella più alta celerità.
A chi resta, rimane di rendere dignità proprio a ciò che resta, non tanto quanto simulacro di qualcosa che già non è più e che, a ben vedere, mai è stato, quanto a quel percorso che chi se ne è andato ha compiuto, poco importa se tra inenarrabili sofferenze o maestose grandezze: alla morte occorre rendere la dignità che le compete, a prescindere dalla paura che ci può incutere.
Chi resta rende dignità a ciò che resta: in buona sostanza a nulla per chi parte ma tutto per chi rimane. Chi parte rende dignità a ciò che diviene: in buona sostanza a ciò che già era e che, per un breve lasso di tempo, ha dimenticato di essere.
A tutti, di qui o di là, spetta rendere alla morte la sua propria dignità.
Ricordatevi di essere eccezionali!
Ci si vede in giro!
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